NOTES

Tracce culturali: appunti, suggestioni e approfondimenti.

Fair Play Festival

www.fairplayfestival.it 

UNA SERATA CON DAN PETERSON 

10 febbraio 2020

Tutti noi conosciamo cosa si prova prima di una gara. Ci sudano Le mani, ci tremano le gambe e le braccia e il cuore tiene il ritmo di una musica tutta sua. Poi però l’arbitro fischia l’inizio della partita e noi, che fino all’attimo prima eravamo palline di un flipper, ci fermiamo per ascoltare il silenzio di quell’istante che precede l’incontro.

È quello che è accaduto la sera dell’8 febbraio al cineteatro Agorà di Cernusco sul Naviglio.

Il pubblico-atleta vociando scende nella sala-campo, il luogo in cui si entra per conoscere i propri limiti e le proprie possibilità, grazie allo sfidante che ci è di fronte.

Ed eccolo, quindi, lo sfidante: Dan Peterson che, come un moderno aedo, racconta, canta, suona la storia della sua vita per e nella pallacanestro.

Ci incanta con le sue conquiste e anche con le sue sconfitte, che sono quelle di un uomo che ha scelto ogni volta di superare la linea bianca che perimetra il campo; per allenare certo i suoi giocatori, ma anche per scoprire sé stesso. Per sfidare le proprie paure e conoscere nuove potenzialità. Paure e potenzialità che sono anche le nostre perché, sportivi o non, pure noi ogni giorno decidiamo se varcare o no quella linea bianca, oltre la quale possiamo solo essere noi stessi, perché non si può vincere in modo scorretto. Al di là della coppa, il vero premio è la maggiore conoscenza di sé.

E per quello esiste solo il fair play.

CANESTRI, BOTTE E SORRISI

Di e con Carlo Genta

Regia: Riccardo Pirola

Assistente regia: Claudia Schiattone

Selezione musicale: Gianmarco Ferronato

Coordinamento editoriale: Giulia Francioni, Vittorio Renuzzi

LA CENA DELLE BELVE

7 febbraio 2019

Da non perdere La cena delle belve, commedia dallo humour nero ambientata in Italia durante il periodo dell’occupazione tedesca. Sette amici si ritrovano per festeggiare il compleanno di Sofia ma un attentato a due soldati tedeschi proprio davanti al palazzo in cui si sta svolgendo la festa interrompe l’atmosfera di gioiosità. Una brillante pièce che rispetta il principio delle tre unità -tempo, luogo e azione - e riesce a coinvolgere lo spettatore facendolo divertire e riflettere sul senso dell’amicizia e della vita. La commedia è accompagnata da incursioni radiofoniche - musicali e di Radio Londra – e da animazioni, un arguto escamotage che permette di capire i fatti che si svolgono all’esterno del salotto ed il passare del tempo. Le Repas des fauves è il titolo originale della pièce scritta da Vahé Katcha, messa in scena da Julien Sibre mentre la versione italiana della drammaturgia è firmata Vincenzo Cerami e la regia è curata da Julien Sibre e da Virginia Acqua.

Facendo esperienza di questo spettacolo è impossibile non pensare ad altre opere teatrali francesi come Le Prénom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, a Le Dieu du Carnage di Yasmine Reza o all’italianissima Due partite di Cristina Comencini.

Lo spettatore, guidato da un testo dal ritmo incalzante, si fa condurre in un crescendo di tensione che si conclude con l’equilibrio iniziale riuscendo sempre ad essere catturato. Spettacolo assolutamente da vedere.

Per saperne di più: https://bit.ly/2RHIKP3 

Per informazioni sulle prossime rappresentazioni: https://bit.ly/2RDh11O l

Declan Donnellan

LA TRAGEDIA POP

DI DONNELLAN

4 - 7 Dicembre 2018

Middleton scrive una storia fosca di torture, tradimenti e vendetta per un pubblico abituato alle forti emozioni e ai colpi di scena come era la Londra agli inizi del ‘600.

Quattro secoli dopo, Declan Donnelan, tra i più affermati registi europei contemporanei, allestisce La tragedia del vendicatore cercando di conservare lo spirito originale del testo. Stupire, scandalizzare, coinvolgere e ammutolire il pubblico di oggi richiede una malizia e un mestiere che deve confrontarsi con le falsità dei reality, le fake news come strumenti politici e mille distrazioni tascabili. La soluzione è un varietà macabro che ha saputo coinvolgere e trasformare in appassionate fan anche le giovani studentesse presenti alle repliche del Piccolo. Certo, la regia di Donnelan è leggera e accenna soltanto alle cupe motivazioni dei suoi personaggi ma questa visione pop riesce a dare vitalità a un testo antico tanto da smuovere l’entusiasmo degli spettatori più smaliziati e a invogliare lo spettatore neofita a tornare a teatro. E questa è audicence development.

Culturina 

SERENDIPITY & CULTURINA

24 dicembre 2019

La serendipità è una cosa seria. Un concetto scientifico . L’abbiamo quando, cercando l’ago in un pagliaio, scopriamo la figlia del fattore. Funzione diversa, ma non meno felice.

L’elemento fondamentale di questo effetto è la ricerca. Non si inciampa nella scoperta per caso. No. Si parte per cercare una nuova rotta per l’India e si scopre l’America. 

Anche nel nostro lavoro è così. Si inizia sempre una ricerca faticosa, a volte disperata, spesso noiosa. E improvvisamente ci viene incontro la gioia.  

Vabbè, magari non proprio la gioia gioiosa, ma una gioia sorridente certamente. Cerchiamo il modo per fare gli auguri di rito e troviamo, in una scatola farlocca, l’applicazione scientifica e attuale dell’antico uso terapeutico delle parole. 

Gli auguri e gli incantesimi non sono, in fondo, parole che possono cambiare la realtà, anche solo per la fede di chi li ascolta? 

Ed eccoci sbarcati sull’isola di Serendippo, dove, quest’anno passeremo il Natale. 

 

Buon Natale

C'ERA UNA VOLTA LA FE

Workshop introduttivo per le imprese culturali.

11 Gennaio 2019

C’era una volta la Fattura Elettronica…

Se ne parlava da tanto tempo, ciascuno se la immaginava a suo modo: con i tentacoli, fatta di ombra e odore di muffa, come un morbo che entrava nel corpo dei nostri migliori amici e li trasformava per sempre, come un gattino fulvo che nascondeva unghie affilate come rasoi di acciaio, come un vecchio servo cieco che per ogni gentilezza pretendeva un pezzetto del nostro cervello.

Tutte fantasie che si moltiplicavano nell’attesa del suo arrivo. E qualcuno predicava che tutto sarebbe cambiato; altri cantavano la nenia del mondo che non può essere diverso da quello che è.

Poi arrivò. Era sottile, vestita a festa, con un grande sorriso di diamante. Non rassicurò i timorosi e non spaventò gli scettici. Chiese subito di accoglierla nelle nostre case e ci accorgemmo che non potevamo rifiutare. Non era per spirito di ospitalità, ma per l’obbligo che portava con sé. E l’inquietudine arrivò quando ci accorgemmo che era presente in ogni casa, nello stesso giorno, alla stessa ora, con lo stesso sorriso di diamante.

Oggi ci è impossibile pensare che ci fu un tempo in cui si potesse trattare, scambiare, firmare contratti, senza la certezza, il rigore, l’accompagnamento del suo sorriso di diamante.

Ci sono ancora dei nostalgici che si ricordano, o immaginano, chi può dirlo, un mondo in cui non eravamo ancora sotto il suo sguardo, in cui le nostre mani erano più importanti del suo soffio leggero.

I pochi che ancora la stanno combattendo appartengono più alla categoria delle curiosità turistiche che a quella dei rivoluzionari.
Siamo così abituati ad averla alla nostra tavola, che nessuno può più dire se sia un mostro, uno spiritello gentile o l’inevitabile trasformazione delle nostre intenzioni.

ALLENARE L'ANIMA

2 Dicembre 2018

Davide Cassani è conosciuto da tutti come campione di salite. Molti dei presenti per la prima conversazione Pavese erano sicuramente in sala per sentire parlare Cassani lo sportivo e si sono lasciati sorprendere nel conoscere un campione che ha parlato di sfide umane prima che ciclistiche.

Allenare l’anima non è per tutti: la salita più bella su una bicicletta o nella vita è quella che trasforma l’essere umano attraverso le sfide. La testimonianza di Cassani sottolinea quella funzione che lo sport e la sua narrazione hanno nel modellare nuovi miti, nel dare una dimensione etica alle scelte di tutti i giorni e nel proporre percorsi di evoluzione personale che possano essere condivisi perché basati su un’esperienza fisica

Mi trovi al bar

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PERCHÉ CHIAMARLO AUDIENCE ENGAGEMENT?

12 giugno 2019

PERCHÉ CHIAMARLO AUDIENCE ENGAGEMENT SE È SEMPRE UNA QUESTIONE DI BIGLIETTI?

Non si tratta solo di vendere un biglietto in più: il tema è quello di creare uno spettatore appassionato, che tornerà a trovarci perché si sente parte di una comunità. Anzi di instaurare con lui una relazione che possa spingerlo a non essere solo uno spettatore passivo, ma un partecipante attivo.
E tutta questa fatica, per cosa? Per un biglietto in più? Anche. Ma soprattutto per garantire che in futuro quel biglietto in più ci sia sempre. Si lavora nel medio periodo e non sera per sera. Solo così si cresce e si può progettare una migliore qualità.

Lo studio delle regole di ingaggio (chiamiamole come le Engagement Rules dei teatri di guerra) esplora la tecnologia, la comunicazione, la psicologia. Si possono trovare rapporti e prescrizioni di enti pubblici e fondazioni private. Ciascuno, però, deve trovare la sua strada per affermare la propria identità e istaurare così un rapporto particolare e privilegiato con il suo pubblico. Perchè chi deve trovare la propria strada non è la Major del cinema, la produzione di un musical internazionale o il portale di  streaming. Loro sono global e hanno regole e budget diversi.
È il soggetto local che deve affinare i suoi strumenti, senza per questo adottare la regola delle 4s dell’esercito americano: Urla (Shout) per far sapere che ci sei; Mostra (Show) per far vedere cosa fai; Shove (sposta) per attirare il tuo pubblico con sconti e promozioni; Spara (Shoot) per vendere al tuo pubblico un biglietto e non la tua idea.

CONSIGLI PER DELLE BUONE FESTE

2 Gennaio 2019

Eccoci arrivati al periodo che invita a dolci mollezze e al recupero di tutte quelle attenzioni che non abbiamo saputo regalarci o guadagnarci nell’anno, impegnati come sempre nel fare le scelte giuste.

Compagnia della corte vuole consigliare alcuni film di puro svago, che non hanno nessun rapporto con la realtà, che descrivono mondi impossibili e paradossali, che per certo non incontreremo mai e che mai ci minacceranno da dietro l’angolo.

 

Primo fra tutti un apologo paradossale, che descrive una società che non saremmo mai in grado di immaginare:

Idiocracy

Corollario a questo primo film, un grande classico:

Fahrenheit 451 in due versioni: quella del 1966 di Truffaut e quella più recente HBO

La differenza? Senza fare spoiler, sta tutta nel finale. Il film del 1966 credeva ancora che la salvezza fosse una prerogativa dell’umano; quello del 2018 sa che la salvezza appartiene solo al postumano.

 

E infine, un cult della fantascienza che risponde alla domanda: di che cosa ci nutriamo?

Un titolo che è una parola d’ordine:

Soylent Green

Buone feste, quindi e buon ritorno nella realtà.

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